Insieme, per i poveri

Insieme, per i poveri

Il pranzo “stellato” dei poveri nel centro di Roma, tra i palazzi istituzionali, è a Sant’Eustachio. Tutti i giorni, eccetto la domenica, da sei anni, si ritrovano lì, proprio davanti all’antica Basilica intitolata al martire Eustachio, vissuto tra il I e II secolo d.c.. Come il “pagano” Eustachio, prima di convertirsi, accoglieva i poveri insieme alla moglie e ai due figli, così oggi mons. Pietro Sigurani, rettore della basilica omonima, organizza ogni giorno il “ristorante dei poveri” davanti all’ingresso della chiesa. Da un lato c’è il Senato, dall’altro piazza del Pantheon.

“All’inizio i vicini erano diffidenti – racconta don Pietro –. Io ho detto ai poveri: questo è un posto difficile, comportiamoci bene. Dopo un anno è venuto il presidente dell’associazione di quartiere per chiedermi scusa e per ringraziarmi”.

In tale contesto, di povertà e di bisogno estremo e assoluto, dei giovani coraggiosi e sensibili hanno voluto prestare il loro servizio e dare la loro mano: sono i ragazzi del gruppo di impegno. Sono studenti del CIOFS FP Lazio, via Ginori, 10.

Da un’idea nata dalla Preside, Prof.ssa Sonia Gentile, il gruppo impegno, seguito da tre docenti e da Suor Maria Luisa Tomei, ha deciso di passare dal confronto sull’importanza del fare del bene all’azione vera e propria. Del resto, è San Giacomo che ci ricorda che la fede senza le opere è morta, non ha vita.

Ecco così che suor Novella Gigli ha deciso di andare a trovare don Pietro per proporgli di iniziare questo progetto di aiuto per il prossimo. Don Pietro l’ha accolta con grande entusiasmo, ringraziandola per il sostegno offerto tramite la presenza dei ragazzi e per i diversi doni che suor Novella gli ha offerto a beneficio dei poveri.

Da quel giorno, ogni sabato e da due mesi ormai, circa 10 studenti in media dedicano tre ore del loro tempo al servizio dei poveri. Diretti da altri volontari, indossano guanti bianchi, si “muniscono” di sorriso e amore e dedicano il tempo al loro prossimo.

Passano per i tavoli, servono il primo piatto, il secondo piatto e la frutta. Laddove possibile, si fermano a parlare con chi ha voglia di scambiare due chiacchiere e di aprirsi ad un dialogo. Che bello vedere i giovani sorridere con chi per diversi giorni di sorrisi ne vede pochi. È il coraggio, inteso come la capacità di fare le cose in maniera determinata e con amore.

Il servizio dei nostri ragazzi non finisce con il pranzo ma prosegue con il caffè e con il dolce. Proprio il dolce è spesso comprato dai cari studenti ed è destinato ai circa 150 poveri che, suddivisi in 3 turni, degustano le delizie offerte. Il dono fatto dai “nostri” ragazzi non è per niente scontato in quanto sono anch’essi in difficoltà e decisamente non molto abbienti. Ciò che li caratterizza più di ogni cosa, però, è la presenza di un cuore grande e voglioso di donare.

Il caffè ed il dolce vengono serviti nella Casa della Misericordia. La Casa della Misericordia, ricavata nei sotterranei della chiesa, tra i palazzi della politica e i ristoranti dei turisti, mette a disposizione una sala che serve da centro di ascolto e dove vengono fornite assistenza legale e consigli medici («non un ambulatorio ma un presidio», sottolinea don Pietro). Poi un centro di accoglienza dove i poveri trovano riparo dalle intemperie, insieme a un caffè caldo: «Ci ha pensato la Provvidenza – spiega il sacerdote -. Non sapevamo come fare, poi una ditta ci ha regalato la macchina per le bevande e la fornitura di caffè». Bello vedere l’attenzione ai poveri che devono essere trattati come i guanti, secondo don Pietro, con docce, barberia e lavanderia. Il tutto, nella massima garanzia dell’igiene. V’è, infine, l’«Università degli scartati», intitolata a Giulia Carnevale, la studentessa di Ingegneria originaria di Arpino morta nel terremoto dell’Aquila. Un centro culturale perché ai poveri non bisogna dare solo il pane materiale ma anche sollevarne lo spirito. Per questo don Pietro ci tiene tanto al fatto che ai bisognosi che ogni giorno da cinque anni si recano a mangiare a Sant’Eustachio siano serviti non solo piatti ben preparati e abbondanti ma anche dolce e caffè: «Perché se un piatto di pasta riempie la pancia, il caffè scalda il cuore».

Alla fine del servizio, i ragazzi si fermano qualche istante per fare una preghiera insieme e per ringraziare il Signore e Maria del dono offerto e ricevuto nel contempo. All’interno della preghiera v’è, inoltre, lo spazio per con-dividere il vissuto di ogni ragazzo e anche degli accompagnatori.

Donare del tempo ai poveri, guardare, osservare, sporcarsi le mani per gli altri, contattare la sofferenza del prossimo, tutto questo significa dare una parte di sé all’altro. Se è vero com’è vero quanto ha insegnato D’Avenia quest’anno agli studenti del ciofs (in un altro straordinario evento tenutosi al Sistina), se è vero com’è vero che l’amore non è legato a dei “se” o a dei “ma”, è altrettanto vero come l’amore sia dire “sì” all’altro da sé. Quest’anno i ragazzi del gruppo di impegno di via Ginori ci hanno insegnato ancora una volta come i giovani hanno bisogno di essere solo instradati. Il resto lo fanno loro perché hanno un cuore grande, perché sanno vedere l’uomo come essere umano, sanno “assaporarlo”, sanno guardarlo con gli occhi di chi ha il desiderio reale di essere non solo per loro ma soprattutto con loro in alcuni momenti della loro vita. È in tali contesti che abbiamo potuto scorgere come anche il più burbero dei ragazzi si sia lasciato andare alla sua vera essenza, libera e responsabile.

In conclusione, sarebbe bello riportare le tante riflessioni dei ragazzi. Sicuramente da ricorda è la domanda retorica di uno dei ragazzi più assidui nel servizio alla Parrocchia di Sant’Eustachio: “Professò, noi ci annamo anche da soli quanno potemo perché ce volemo tornà, ok o è ‘n problema?”. Così è stato. I ragazzi stanno andando anche da soli alcune volte. Non c’è notizia più bella! Infine, la riflessione più bella l’ha fatta una ragazza di nome “Sole”: “Professore, qui deve venire tutto il ciofs. Qua si capisce la vita secondo me”. Le parole di questa ragazza fanno da cornice conclusiva che speriamo risvegli le coscienze di qualcuno. Il bene si può fare, se si vuole. Il bene si può fare dicendo un “sì” netto e incondizionato.

Quel “sì” oggi ha il volto di circa 30 ragazzi che credono nel bene.

Quel “sì” ha i colori della speranza concreta che ancora una volta ci ricorda come i giovani “possano” davvero tutto!

Quel “sì” è il “sì” dei giovani, per i poveri.

 

Alfredo Altomonte